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RAGAZZO ZOO BERLINO SCARICARE


    Contents
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Mele, banane, arance e uva. La caraffa del caffè è piena, le tazze pulite e allineate. Nel retrobottega, Natalia, con un grembiule a fiori, prepara una salsa di verdure e pomodoro. Cucchiai sterilizzati, lacci emostatici, garze, fiale di acqua distillata, accendini, contenitori per siringhe e aghi usati, preservativi. Ai piedi del cartello, un grande contenitore con un imbuto metallico in cima serve per raccogliere le siringhe usate.

Basteranno un paio di giri di prova, schema alla mano, e sarete pronti a girare la capitale in lungo e in largo.

Il servizio ferroviario urbano è capillare e ben articolato ed è il modo migliore per spostarsi a Berlino. La U-Bahn di Berlino è conosciuta per i suoi treni di colore giallo. Le linee U-Bhan e S-Bahn, insieme ai trasporti MetroBus e MetroTram, costituiscono la Schnellnetz rete veloce : questa copre totalmente il territorio cittadino, periferia compresa, ed è suddivisa in tre zone tariffarie A, B e C.

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Vediamo cosa comprendono le diverse zone: La zona A è quella centrale, che abbraccia i principali quartieri di Berlino. Film gratis Allo stesso modo Guarda Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino streaming in Italiano completamente gratis. Il video disponibile anche in download in qualit Full HD.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino in pdf? Christiane f. Altre domande. Dove posso trovare la prima edizione di christiane F noi i ragazzo dello zoo di berlino? Aggancia il suo tavolino, ci appoggia le ginocchia. Si mette gli auricolari e sprofonda nel sedile. Mi dà un'occhiata. Mentre ci imbarcavamo ho alternato momenti di lucidità, di dinamismo da viaggiatrice collaudata, a momenti di totale estraniazione.

Ho avuto paura di perdere le carte d'imbarco, di non trovare il gate. Pietro invece s'è guardato intorno con la sua faccia da lince che scruta il mondo.

Non gliene fregava un fico secco che io perdessi le carte d'imbarco. Mi ha lasciato sudare, svuotare la borsa. Allora torniamo a casa, ha detto, prima che io ritrovassi quei due pezzi di carta e gli dicessi cammina. Ha fatto il cretino ai controlli, gli scocciava che il tizio della sicurezza infilasse le mani nella sua chitarra. Gli ho detto che fa il suo lavoro. Lui ha detto per l'ennesima volta che palle.

Poi camminando verso il finger ha cominciato a dire che erano tutte panzane, che era facilissimo attraversare i controlli armati fino ai denti. Mi ha straziato con le sue congetture da lettore di fumetti su tutti i possibili nascondigli per taglierini e forchette del self service. Gli ho chiesto se s'era portato un libro. Mi ha detto di no, dal momento che è stato bocciato non ha libri per le vacanze.

Mi riposo, ha detto. Salendo ha detto che l'aereo era vecchio, che le compagnie aeree dell'Est comprano gli aerei che le altre compagnie buttano. Gli aerei che cadono. Finiremo su YouTube, ha detto. Ho pensato che me lo sono portato a fare? Mi farà diventare matta. Ha chiuso gli occhi, muove la testa appresso all'iPod. È allegro, non si lamenta più della destinazione, si è arreso. In fin dei conti è un entusiasta.

È pieno di difetti, ma almeno non è malato di apatia come tanti suoi coetanei. Adesso si è appisolato, le labbra aperte, la testa rinsaccata, mentre l'iPod continua a biascicare. Fuori il cielo è bianco di nubi, fermo e irreale. Mi sforzo di distrarmi, di pensare all'estate che mi aspetta.

Andremo ospiti di amici in Liguria, ci saremo noi grandi e ci saranno i ragazzi dell'età di Pietro. Ci saranno le feste a piedi nudi, i libri, le camminate sulle rocce con i granchi nelle loro pozze. Giuliano andrà dal ferramenta a comprare i ganci e le viti per riparare una persiana. Pietro si sveglia, mi guarda, sbadiglia. Comincia la discesa, sento lo strappo del carrello sotto l'aereo.

Ho le braccia e le gambe rigide, quelle ruote che si assettano per atterrare sembrano uscire dalla mia pancia. Guardo in basso. Il nero fianco del monte Igman. Eppure ricordo di averlo visto coperto di fiori o erano bandiere? Non c'è autobus. Attraversiamo la pista d'atterraggio a piedi.

L'aria è bianca, non c'è sole, sono almeno dieci gradi in meno che in Italia. Pietro ha una maglietta a maniche corte, quella con la foglia di cannabis e la scritta dio ha fatto l'erba, l'uomo ha fatto le canne.

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Credevo che l'avessero buttata giù, invece devono averla semplicemente restaurata. Sulla pista c'è solo un piccolo aereo fermo, una croce rossa sul fianco bianco, come un'ambulanza. Per un attimo potrebbe sembrare uno di quelli del soccorso medico, invece è solo un aereo della Swiss Air, da turismo, da pace. Dagli aerei militari si scendeva con gli occhi bassi, correndo in quello spazio spalancato, verso quel fango di divise mimetiche. Urlavano tutti, avevi la sensazione che chiunque potesse spararti addosso.

Ogni tanto un disperato tentava l'attraversamento di notte, era un'idea stupida. L'ingresso è tranquillo, spopolato. Cannelli di neon, pareti laminate, la luce triste di un diurno, di una stazione secondaria. Il ragazzo che controlla i passaporti ha un sorriso fermo sul volto senza colori. Annuisco, mi restituisce i passaporti. Pietro ha la chitarra a tracolla guarda la gente intorno.

Una ragazza musulmana molto truccata con un velo color carne sulla testa abbraccia un assistente di terra, si baciano in mezzo alla folla ostruendo il passaggio. C'è bolgia agli arrivi, frugo tra corpi in attesa appoggiati alle sbarre di metallo. Scavalco le teste delle persone vicine, cerco tra quelle che si muovono in lontananza. C'è fumo di sigaretta ovunque, una nebbia che impasta i colori, li sporca. Mi sono messa il rossetto nel cesso dell'aereo poco prima di scendere, mi sono scollata i capelli dalla testa per avere un aspetto migliore.

Sulla destra c'è un bar con un bancone circolare, i tavolini alti dove la gente consuma e fuma in piedi. Un uomo si stacca dal bancone e viene verso di me. Non sono sicura di riconoscerlo, invece è subito lui. Ha addosso qualche chilo in più, una camicia di lino nero stropicciata, una barba rossiccia e un po' meno capelli. Il modo di camminare è inconfondibile: gambe aperte, tranquille anche quando si affrettano, braccia che dondolano troppo, leggermente staccate dal corpo.

Mi stringe senza incertezza, trattenendomi a sé come fossi un pacchetto di roba sua, poi mi pianta gli occhi sul viso.

Fa un giro panoramico, le labbra, il mento, la fronte. Non se ne va dagli occhi. Resta, s'infila dentro. Come mare che ha viaggiato e violentemente si ricongiunge a se stesso. Scava indietro negli anni trascorsi per scolarsi il buco del tempo nella gola impudica di questo sguardo straziante e gioioso. Mollo io per prima, abbasso gli occhi, mi ritraggo da quel pathos, per timidezza, per fastidio. Mi gratto un braccio come se avessi la scabbia. Sorrido, ritrovo il suono di quella effe che manca.

Riconosco l'ironia beffarda, quella che dopo la sbronza tira un calcio alla commozione, incita alla risata. Mi bacia, mi stringe di nuovo, mi imprigiona il respiro. Sento il lino della camicia, il calore del corpo emozionato che palpita. Sento che mi sente le ossa. Mi attraversa la schiena come un cieco, contandomi le vertebre con quelle mani bollenti. Ora riconosco l'odore, di collo, di sudore tra i capelli, di certe case con le tovaglie incerate e barattoli di ciliegie bianche immerse nella grappa, di certi uffici dove i posacenere colmi prendono fuoco e le macchine per le fotocopie sono sempre rotte, vanno avanti a calci, a fortuna.

È un nodo che sale e poi scende. Con un colpo di coda, di orgoglio. Ho promesso a me stessa di resistere, a cinquantatré anni è facile pisciare lacrime incontinenti. Do un colpetto sul braccio a Gojko. Traballa, ma non cade. Solleva una mano. Pietro al volo solleva la sua. I palmi sbattono l'uno contro l'altro, come in un telefilm americano. Gojko indica la chitarra. Un braccio fuori dal finestrino aperto, parlano tra loro. Sono ferma, composta sul sedile di tessuto grigio, guardo la mia mano che si regge in alto, accanto alla bocchetta del condizionatore nella plastica nera.

Il finestrino è impolverato e oltre c'è quella strada, quel lungo indimenticabile viale. Lascio passare le prime immagini senza registrarle veramente, brevi occhiate furtive, spezzoni, come francobolli bruciati. Mi tocco un orecchino, me lo lascio scivolare su e giù nel lobo. Sono calma. Il corpo di Pietro mi aiuta, il suo ginocchio nei jeans che tocca il mio, la sua indolenza, il suo sguardo che ignora tutto, semplicemente scocciato da tanta mestizia urbana.

I vecchi palazzi grigi del realismo socialista sono ancora in piedi, balconi uno sull'altro come schedari scrostati in un ufficio pubblico.

I fori delle granate coperti da rattoppi d'intonaco. Basta una buca nel fondo stradale Sento il rutto di quelle corse. Si attraversava il viale dei cecchini a duecento all'ora, le teste piegate sui sedili, il respiro che gocciava tra le gambe. Le carcasse rosse dei tram fermi addossate le une alle altre per difendersi dalla linea di fuoco. Mi volto verso Pietro. Non ha il giubbotto antiproiettile, penso. Mi stringo la guancia tra i denti. Stai calma Gojko tace.

Si è girato solo una volta, poi mi ha lasciata stare. Lo guardo vivo, in salvo lungo questa strada. Un uomo di oggi nel mondo che va avanti, capelli che hanno dormito e si sono svegliati.

I semafori mi sembrano strani, queste soste ordinate. Questa gente che attraversa tranquilla. In alto le colline, i giardini che salgono, le piccole case bianche, quiete, tra le abetaie scure. La redazione del mitico "Oslobodjenje" si è reimpiantata sulle sue macerie, strizzata in un edificio basso, ordinato.

Accanto c'è un immenso grattacielo di vetri specchiati che guardano imperturbati le rovine del vecchio ospizio cittadino. Sopra c'è una grossa scritta di luce rossa: avaz. Una ragazza taglia orizzontalmente il viale pedalando su una bicicletta. Una famiglia con bambini biondi sorride nella pubblicità di Sarajevo Osiguranje.

Sorridono anche i due militari nel cartellone dell'Eufor, un uomo e una donna grassocci, con le braccia conserte nelle tute mimetiche.

La gente cammina ai margini del viale. Carne che scorre nella sua ordinata quotidianità. Gli uccelli attraversano insieme alle persone, volando sulle loro teste passano da un albero all'altro, scendono in terra per raccogliere qualcosa da mangiare.

Una mattina mi svegliai e vidi quel grande raggio nero. Gli uccelli volavano via tutti insieme spaventati dai boati continui, dai fumi degli incendi, dall'odore insopportabile di corpi sepolti malamente. Tutti i sarajeviti provarono invidia verso quegli uccelli che potevano sollevarsi da terra e andarsene indisturbati. Mi volto. Lo schiaffo giallo dell'Holiday Inn. Un cubo fermo, composto di cubi che sembrano potersi spostare. Per tutta la durata dell'assedio è stato il rifugio della stampa estera.

La facciata era esposta ai tiratori da Grbavica, si entrava da dietro, scivolando con le macchine sulla rampa che conduceva ai garage. Eppure quello era una specie di paradiso, irraggiungibile per chi intanto moriva, c'erano cibo caldo e telefoni satellitari. C'erano i giornalisti che facevano i servizi dalle loro stanze, gente fortunata, che poteva andare e tornare. Siamo in centro. Nel serraglio geometrico degli antichi palazzi austroungarici il traffico scorre a fatica, la gente attraversa dove capita sfiorando le macchine che vanno a passo d'uomo.

Gli alberi sono ricresciuti, giovani tronchi senza passato. Guardo i negozi. Nuove vetrine accanto a quelle tristi di una volta, ordinate, molto più vuote delle nostre. Il consumismo ha approfittato a chiazze di questa città da rifare, del suo volto corroso dalla guerra come da un acido.

Una moschea s'affaccia con le sue piccole cupole come un cesto di uova scure. L'albergo è in una strada laterale proprio a ridosso dell'antico mercato ottomano della Bascarèija. Insisto per pagare il taxi, ma Gojko mi scaccia. Porta dentro la mia borsa. È un interno accogliente, famigliare come l'ingresso di una casa.

Sulla porta c'è una tenda chiara, quasi argentata, la moquette è rossa con piccole losanghe nere. In un angolo un grande vaso di fiori impettiti, palesemente finti. Pietro li tocca comunque per sentire se sono veri, poi si pulisce la mano sui jeans.

Guarda la ragazza della reception, murata dietro un bancone di legno scuro, che cerca sul computer la nostra prenotazione. Dal salotto accanto arrivano voci di uomini, sbircio qualche scarpa scadente, calzini troppo corti. Stanno fumando, l'aria è terribilmente viziata.

Il fumo sale con noi lungo le scale, s'insinua nel piccolo ascensore. Apro la finestra, guardo in basso. E una strada chiusa, poche macchine parcheggiate, un albero dalle chiome rosse, una gronda larga appoggiata a una tettoia di lamiera punteggiata di cacche di piccione. In bagno Pietro ride. Ha in mano il bicchiere per gli spazzolini da denti. Si avvicina, mi fa vedere che il bicchiere è infilato in un sacchetto di plastica con la scritta hygienic cleaning.

Mi lavo le mani, mi siedo sul letto, mi trascino sulle gambe la borsa e comincio a sistemarla, a tirare fuori i resti delle carte d'imbarco, a riporre i biglietti per il ritorno. Pietro butta il suo zaino nell'armadio, non tira fuori nemmeno il pigiama. Che facciamo qui dentro? Ieri notte non ho dormito pensando a questo viaggio. Ho la bocca ferita dentro, me ne accorgo perché sento il sapore del sangue, devo essermi morsa le guance in taxi, ho stretto i denti intorno alla mia carne per tollerare l'onda.

Devo mettere le ciabatte sotto il letto, controllare se le tapparelle si chiudono, se la doccia ha un getto decente.

Questo devo fare, niente di più. Gojko ci aspetta da basso. Ascolto il rumore dei passi. Sembrano zoccoli di cavallo su un selciato anziano. È la strada che porta alla moschea di Gazi HusrevBey, frotte di ragazze con il velo scherzano tra loro, si spingono. Alle spalle della madrasa, in un cortile pieno di piccoli archi, c'è una mostra di manufatti locali.

Appese a un filo, una lunga teoria di tuniche con le pettorine ricamate formano una tenda multicolore. Una donna pallida vestita di bianco m'invita con un gesto delicato della mano a guardare nel suo piccolo negozio di ricami, quando me ne vado si china mettendosi le mani sul petto e piegandosi.

Pietro fotografa con il cellulare i sacchi di spezie, gli utensili di rame che riempiono le botteghe fino al soffitto. Vagabondiamo tra i vecchi vicoli di pietre fluviali, i negozi cominciano a chiudere.

Le luci sommerse dietro le porte di legno. Pietro si ferma davanti a un banchetto carico di schegge di granate, di bossoli lucidati Solleva un bossolo, lo posa, ride, ne solleva un altro più pesante. Gojko non è irritato, anzi, sembra divertirsi anche lui.

I poeti per lui sono un'accolita di poveracci rachitici e infognati di disgrazia, che hanno intossicato la vita a milioni di studenti, di ragazzi normali, spensierati. Usciamo dalla Bascarsija e ci fermiamo a mangiare all'aperto sotto un portico di legno, in un posto piuttosto squallido, una di quelle casette da presepio montanaro con i tavoli d'alluminio e il neon.

Dall'interno arriva un odore di cipolla e di carne arrostita, l'odore inequivocabile di pietanze che torneranno su. Gojko dice che fanno dei buoni cevapcici. La ragazza che apparecchia ha tre dita infilate con noncuranza nei nostri bicchieri. Pietro chiede una CocaCola, chiede a Gojko di tradurre la parola cannuccia.

Mangiamo, la carne dei cevapcici è saporita, riempie la bocca di buono, di sangue e vita. Il pepe brucia nella mia bocca ferita, non importa. Ora sono meno stanca e la fame è venuta con quell'odore buono, aromatico, che non sembra cambiato nel tempo.

E forse l'alcol aiuta, è una bottiglia di vino rosso del Montenegro. Non è Brunello, ha detto Gojko, ma è paludoso. Forse voleva dire pastoso, ogni tanto sbaglia qualche parola nel suo italiano quasi perfetto. Ma sono sbagli giusti, in fin dei conti questo è un vino paludoso Mangiammo cevapcici il giorno che ci conoscemmo. Li comprammo in un chiosco e li mangiammo in piedi, in un freddo siderale. La donna che li arrostiva aveva una giacca di lana a trecce e una cuffia da cuoca. Assisteva alla nostra fame, spiando ogni morso, felice che apprezzassimo i suoi cevapcici.

Erano un vanto. Il vanto della sua piccola vita di cuoca di strada. La vedo come fosse adesso Una di quelle persone benefiche che incontri per caso e ti viene voglia di abbracciare, perché ti sorridono dal fondo della loro esperienza umana e di colpo ti risarciscono dell'altra metà del mondo, quella accasciante delle persone rinserrate nella loro pozza di buio.

Quante persone felici incontravo in quei giorni a Sarajevo!

Ragazzo sveglio in Berlin Zoo.

Tutti avevano le guance rosse per il freddo, certo, ma anche per timidezza, perché osavano sperare. Erano i giorni delle Olimpiadi invernali. L'imponente edificio in stile neomoresco della Biblioteca Nazionale sembrava una città autonoma. Ero seduta su una piccola sedia ministeriale sotto uno strapiombo di volumi antichi, mi sentivo minuscola.

Vidi entrare questo ragazzo dai capelli rossicci intabarrato in una giacca di pelle imbottita di pelo acciaccato, si muoveva a scatti come un grosso pupazzo meccanico. C'è molto nervosismo tra i ragazzi, con queste Olimpiadi abbiamo dovuto lavorare sodo Ma la città doveva essere tirata a lucido, capisce? Dormivo in una pensione stracolma di turisti.

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Pulizia comunista. È la prima volta che facciamo vedere il culo al mondo intero, mi capisce? Ne tira fuori uno e ci gioca un po', mi mostra diverse prodezze, chiede se voglio comprarlo.

L'incanto della neve, di quella città in festa, cozzava un po' con il mio umore. Ero nervosa, scontenta. In fondo non riuscivo ad adattarmi. Avevo deciso per quella ricerca spinta dal mio professore, che in realtà si stava servendo di me per una sua pubblicazione sulla letteratura dei Balcani. Adesso, dopo due giorni di dissenteria, a mettermi di cattivo umore bastavano gli odori di quella cucina troppo robusta, il freddo che mal sopportavo e il fiato di un miserabile provinciale che faceva lo spaccone, con la sua ridicola giacca in pelle nera imbottita di gatto siamese.

Gli guardai con ribrezzo i capelli unti stretti in un codino. Ai piedi aveva un paio di stivaletti a punta, da zingaro. Ero indecisa se fosse la parodia di un rocker o di un cacciatore di lupi. Era mattina presto, era arrivato in orario ma si capiva che doveva aver dormito poco. Anche se costiamo molto. Ride da solo. Poi inghiotte le frange di quella risata, gli resta il singhiozzo.

Forse sono i postumi della sbornia recente. Puzza come un cane bagnato, ha un singhiozzo che sa di miasmi di sljivovica ed ha anche un pessimo carattere, lo scopro adesso.

Sembra arrabbiato perché io non gli chiedo niente, non sono interessata a quello che dice. Ho paura, ma sono troppo orgogliosa per cedere a quella paura. Sono la vittima perfetta per un maniaco.

Una a cui tirare il collo gemendo di felicità. Lui è un grosso ragazzo slavo reso ancora più mastodontico da una giacca imbottita, deve avere i freni in disordine come il comunismo dopo la morte di Tito.

Io sono una giovane borghese riluttante, faccio parte del riflusso, della nuova corrente di fanciulle, quelle che dopo il femminismo sono tornate a mettersi i tacchi e a godere l'opulenza del nuovo decennio, sulle ceneri di quelle forsennate straccione in zoccoli.

Gentilmente gli dico di accostare, di farmi scendere. Lui urla, nella sua lingua. Urlo anch'io. Scendo, cammino un po' sul margine di quella strada fuori città che fa paura. Camion sporchi mi passano accanto sfiorandomi.

Mi aspetta dietro una curva, appoggiato allo sportello aperto, fuma. Guida a passo d'uomo, lo sportello sempre aperto. Lo prendo, è una raccolta di poesie di Andric in serbocroato. Ma sono stanca, la neve ai margini della strada è alta e sporca, mi gela i polpacci. E le facce che mi guardano dai camion non sono più rassicuranti della sua. Non gli parlo mentre guida. Anche lui sta zitto, dopo un po' parla in bosniaco.

È concentrato, commosso, penso che sia completamente pazzo. Gli dico che non capisco una sola parola. Lui dice di ascoltare il suono Ha acceso il riscaldamento per me che sto gelando, suda nella giacca di pelo, mi fa quasi pena.

Chiudo gli occhi. Dopo un po' sento davvero qualcosa Ci fermammo accanto alla vecchia culla dove lo scrittore aveva dormito i suoi primi sonni. In macchina al ritorno mi appisolai. Trovammo quel chiosco di cevapcici La donna ci sorrise, benedisse la nostra fame, la nostra giovinezza. Che fine fece il suo tegame carico di grasso, il suo golf di lana E anche se una granata se l'è portata via, se un getto di fuoco ha sparso le sue povere cose, io giuro che è viva.

Stasera è viva la cuoca di strada, nei nostri occhi che s'incontrano umidi di questo paludoso rosso del Montenegro. Gojko amava il poeta Mak Dizdar, Bruce Springsteen e i Levi's , ne avrebbe voluti un paio neri per spopolare nei locali dove andava a ubriacarsi, a disegnare vignette satiriche sui muri. Nei giorni seguenti mi prese per mano e mi fece vedere Sarajevo con i suoi occhi. I vecchi bagni pubblici, le case dei dervisci, la fabbrica di tabacco di Marijin Dvor, la piccola moschea di Magribija, gli stecci bogumili Conosceva praticamente tutti e tutti sembravano amarlo.

Camminavo dietro al suo codino come dietro alla coda sbilenca di un gattaccio di strada. Una sera mi dice una sua poesia. Tieni la bocca chiusa, ragazzo fino al giorno in cui qualcuno non ti dirà di tenerla chiusa. Allora ribellati e parla. Digli che sei giovane e impaziente, che la luna è gialla come il sole.

Digli che le strade sono vuote, sono andati tutti a dormire, e tu vuoi cantare, prima che la vecchia Anela si alzi per tirare il collo a una gallina pazza che non fa più uova ma canta come un gallo. M'incaponisco con questo giochetto stupido che non mi riesce. In ogni caso io non lo so usare, e non sopporta vedermi sbagliare. Dice che se non mi piacciono le sue poesie posso dirglielo liberamente. Stiamo camminando lungo la Miljacka, Gojko agita le mani in alto verso una misera fronda invernale.

Concimano la terra troppo presto! Non ne posso più. Gli dico che deve farsi una doccia e smetterla di puzzare di grappa, perché il mondo è pieno di grandi poeti longevi, sobri e ben puliti. Lui si offende, mi guarda come un bambino. Dice che non si è mai sbronzato in vita sua, e che i suoi capelli sembrano sporchi perché usa una crema, dice che se voglio avere dei figli devo imparare a far correre lo yoyo, perché i bambini piccoli impazziscono per quel gioco.

Una mano sulla mia, per farmi sentire il gioco del polso, il frusciare del filo, lo scatto per riportarlo su nel suo rocchetto magico. E quella sera prima di salutarmi mi disse volim te iskreno. Adesso è qui, in questa sera tiepida Una bottiglia di vino finita, goduta, una benefica normalità.

E questa normalità è il miracolo, questa baklava che ci stiamo dividendo, un impasto dolce, flessuoso di noci e pasta sfoglia.

I cucchiaini s'incontrano sul piatto. Non si sta comportando male, ha parlato di tennis con Gojko, si è alzato per fargli vedere il dritto di Federer. Adesso vuole un gelato, ma in questo posto hanno solo dolci bosniaci. Gojko allunga un braccio nel buio, gli indica una gelateria un po' più giù. Li strizza un po', è come se volessero sorridere ma senza veramente riuscirci. Gli guardo la mano, un po' gonfia, con le efelidi e la fede troppo stretta.

Non abbiamo una buona fama, perdiamo tempo, siamo troppo contemplativi. Mette una mano aperta sul tavolo senza dire una parola. Gojko ci appoggia cinque marchi convertibili. Mentre se ne va le guardo i jeans molli e sporchi su un culo di sole ossa. Vendeva i biglietti della lotteria cittadina Si droga. Com'è il gelato? Ha la faccia assonnata appoggiata sul palmo della mano.

Attraversare la città, andarmene fino a Ilidza, in questa nebbia estiva, in questo vapore sporco che cancella un po' di realismo